Bersani e l'Ing.
Pier Luigi Bersani sarà forse disposto a “cambiare passo” e a rivedere questa o quella scelta, ma nemmeno dinanzi al trattamento cui è stato sottoposto negli ultimi tempi, specialmente da giornali, intellettuali e trasmissioni televisive “di area”, pare disposto a cambiare carattere. Essere emiliani, tuttavia, non significa essere fessi, è sembrato dire giovedì sera il segretario del Pd, ospite di Lilli Gruber a “Otto e mezzo”, dinanzi al consueto e sempre più ricco elenco di attacchi, schiaffi e sberleffi a lui indirizzati.
18 AGO 20

Una replica che contiene un’allusione precisa. Così come la premessa: “Intanto è la prova che non mi ha scelto lui”. S’intende: come segretario del Pd. Ma, soprattutto, si sottintende: e questo è quello che non gli va giù, forse perché non ci è abituato. Il riferimento alla scarsa impressionabilità di Bersani da ministro dell’Industria è però facilmente verificabile. Basta andare a pagina 42 di “Primo Tempo”, libro autobiografico di Roberto Colaninno (uno di quegli imprenditori additati dai giornali “di area” ora come esempio di raider senza scrupoli, ai tempi della scalata Telecom, ora come modello di imprenditore retto e dalla squisita vocazione industriale quando non partecipa alle scalate bancarie del 2005, e infine, di nuovo, come un mezzo farabutto, ai tempi della cordata Alitalia). Ma il riferimento di Bersani è invece al marzo del 1997, quando i giornali cominciano a scrivere di un’imminente uscita della famiglia De Benedetti dall’Olivetti, di cui Colaninno è amministratore delegato, e da appena un anno.
Racconta dunque Colaninno: “Ci fu una cena nella casa romana di De Benedetti, presenti il figlio Rodolfo, il ministro Bersani e io. L’Ingegnere ci informò della sua volontà di disimpegnarsi dall’Olivetti. Dentro di me pensai: ‘Ecco, adesso sono proprio solo’. Il clima era molto teso. Bersani si espresse in maniera durissima con De Benedetti, usò parole pesanti, gli disse che non poteva uscire dal capitale dell’Olivetti in quel momento e gli chiese di restare almeno con una piccola quota per accompagnare il salvataggio dell’azienda. De Benedetti, evidentemente colpito dalle parole del ministro, alla fine accettò di restare, mantenendo il 5 per cento del capitale”. Per restare, però, pretese che fosse il governo a chiederglielo pubblicamente. Cosa che Bersani fece il giorno dopo con una lunga intervista – a Repubblica, ovviamente – e così l’Ingegnere mantenne la sua piccola quota. Ma non se ne dimenticò, verrebbe forse da aggiungere. Di sicuro, a giudicare dalle sue parole a “Otto e mezzo”, non se ne è dimenticato Bersani.